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1/3/2017 - l’immensità del mondo himalayano

1/3/2017 - l’immensità del mondo himalayano

in viaggio verso l’altro tibet...

Visitare il Tibet può essere, oltre ad una eccezionale esperienza di viaggio, anche un’autentica occasione di vita, di conoscenza, di crescita interiore. Forse non tutti sanno però, che l’universo tibetano non improntava di sé solo il vecchio Tibet indipendente ma si espandeva ben oltre i territori governati da Lhasa. Infatti la cultura, la spiritualità, l’arte e la religione che fiorirono e si svilupparono nel corso dei secoli sul Tetto del Mondo, si diffusero ampiamente in tutti quegli stati himalayani abitati da popolazioni etnicamente e linguisticamente di origine tibetana. L’intero arco dell’Himalaya, dal Ladakh all’odierno stato indiano dell'Arunachal Pradesh, ospita una sorta di prezioso “Tibet fuori dal Tibet” dove l’antica e nobile cultura del Paese delle Nevi può continuare a vivere e perpetuarsi al riparo da conflitti e drammi di ordine politico. Un “Altro Tibet” che si estende lungo un territorio composto da migliaia di chilometri, che ospita alcune tra le più alte montagne del mondo ed è abitato da popoli la cui origine è sempre riconducibile alla radice tibetana. Un mondo che regala al viaggiatore emozioni estetiche di eccezionale intensità, con i suoi spazi immensi, i suoi tagli di luce cristallina, i suoi silenzi metafisici. Un mondo variegato e composito ma che trova una profonda unità nell’adesione alla religione buddhista che in Himalaya, come in Tibet, si dispiega nella sua forma Vajrayana (tantrica) professata dalla grande maggioranza della popolazione che si riconosce anche nei principali elementi della civiltà tibeto-himalayana: dal teatro alla medicina, dall’arte pittorica alle danze sacre, all’architettura. Un viaggio nell’Altro Tibet, come e quanto quello nel Tibet storico, regala al viaggiatore le emozioni di una immersione profonda in luoghi, sovente remoti, lontani non solo nello spazio geografico ma anche (e forse soprattutto) nel tempo. I candidi monasteri buddhisti... le tipiche cittadine spesso dominate da un Palazzo Reale... i chortén, che segna­no e benedicono il territorio con la loro sacra presenza... le mandrie di yak condotte al pascolo da famiglie di pastori protagonisti di una arcai­ca transumanza... i cortili dei gompa, i cui silenzi sono improvvisamente rotti dalle concitate movenze e dalle grida dei monaci impegnati a sfidarsi in quella pirotecnica tenzone oratoria costituita dal dibattito filosofico... i vasti deserti d’alta quota che sembrano non finire mai... il ca­ledoscopio di colori, suoni, gestualità rituali e maschere, che si e­spri­me nelle rappresentazioni delle danze sacre... il caos brulicante di vita, di odori, di gente dei mercati... e, sopra tutto questo, la cornice gigantesca e meravigliosa delle montagne più alte del mondo. Le ciclopiche vette dell’Everest (8848 m.), del Kanchengjunga (8586 m.), del Lhotse (8516 m.), del Dhaulagiri (8167 m.), del Manaslu (8163), dell’Annapurna (8091) e di altre ancora che adornano la “Dimora delle Nevi” come gigantesche gemme di una sterminata corona. Si potrebbe dire che il Ladakh, il “Paese degli alti passi” aperto agli stranieri alla metà degli anni '70, rappresenti la porta occidentale dell’Altro Tibet. Regione dello stato indiano del Jammu e Kashmir, il Ladakh è stato per secoli un regno indipendente fino a quando, verso la metà dell’Ottocento, entrò a fare parte della sfera di influenza del Raj britannico. Vera perla della cultura tibeto-himalayana (non a caso viene chiamato anche “Piccolo Tibet”), il “Paese degli alti passi” si presenta al viaggiatore con la capitale Leh, una sorta di Lhasa in miniatura dominata dall’imponente Palazzo Reale, un gran numero di antichi monasteri buddhisti (Alchi, Likir, Lamayuru, Hemis...) ricchi di preziose opere d’arte e sovente sede di importanti feste tradizionali, in particolare i cham, le danze sacre dei Lama. Il tutto in una cornice naturale che regala panorami di una struggente bellezza. Adiacente al Ladakh, si trova l’impervia valle dello Zanskar, una piccola (7000 kmq) striscia di territorio, attualmente parte del distretto di Kargil ma un tempo regno buddhista indipendente. I discendenti dell’antica dinastia risiedono nel villaggio di Zangla e ancora oggi godono del rispetto e della stima della popolazione. Impervia, gelida d’inverno, con un paesaggio stupendo, la valle dello Zanskar ospita alcuni tra i più antichi tesori dell’arte tibeto-himalayana presenti nei monasteri di Phuktal, Sani, Rangdum, Karcha. Nel monastero di Zangla, dal giugno 1823 all’ottobre 1824, soggiornò l’orientalista e viaggiatore ungherese Csoma de Körös, autore del primo dizionario tibetano-inglese. Venendo dalla valle di Kulu, nello stato indiano del­l’Hi­machal Pradesh, superato il passo Rothang (3980 m.) si entra nel distretto del Lahaul-Spiti. Il Lahaul, con le sue valli verdi che si estendono alla base delle montagne himalayane, è il luogo in cui il mondo indiano inizia a svanire per far posto a quello tibetano. Una af­fascinante regione di frontiera (da segnalare il bel tempio buddhista di Kardang a Keylong, la capitale am­ministrativa) che introduce a quel vero e proprio gioiello tibetano rappresentato dalla valle dello Spiti. Dimenticate le foreste e il verde del Lahaul, qui tutto è deserto d’alta quota, arido, riarso, roccioso. Un tempo lo Spiti faceva parte del regno tibetano di Guge e conserva ancora splendide reminiscenze di quel periodo aureo. In particolare il monastero di Taboo, fondato dal grande studioso Rinchen Zangpo nel decimo secolo, che ospita tra i suoi tesori una superba serie di pitture murali. Altro importante e antico centro monastico, fondato nell’undicesimo secolo dal lama Drontön, è Kye, posto sulla cima di una collina e maggior monastero della regione. Uscendo dallo Spiti si entra nel distretto di Kinnaur, in larga parte dominato dalla montagna Kinnaur Kailash (6050 m.), e si compie all’inverso il percorso etnico-culturale fatto entrando in Lahaul dalla valle di Kulu. Man mano che si scende verso sud, la presenza tibetana si affievolisce fino a scomparire e si torna nel Pianeta India. Lasciata momentaneamente l’India, il nostro viaggio nell’Altro Tibet, ci porta nelle aree settentrionali del Ne­pal, in Mustang e in Dolpo, entrambi schegge di civiltà tibetana sia dal punto di vista antropologico sia ambientale. Jomoson è l’affascinante ingresso al mondo di Lo (“meridione” in lingua tibetana, il nome con cui i suoi abitanti chiamano il Mustang). Isolato regno tibetano fino al 1789, da quell’anno è divenuto un distretto nepalese sia pure in condizioni di relativa autonomia. Qui tutto è Tibet. La gente, la lingua, le microscopiche città di Tsarang e Lo Manthang (la capitale), i monasteri, i deserti d’alta quota, le feste religiose. Discorso analogo per il Dolpo, il più grande (7889 kmq.) distretto del Ne­pal ma abitato da una popolazione di soli 30.000 in­divi­dui. Reso famoso dal bel film di Eric Valli, “Infanzia di un capo” (1999), il Dolpo, a cau­sa dell’altitudi­ne e delle impervie condizioni logistiche, è una del­le mete più ardue per un viaggiatore. Ma chi è disposto a mettersi in gio­co, sarà ricompensato da alcu­ne delle più bel­­le visioni che la regione dell’Hi­malaya può regalare al viag­gia­tore. Dal­le valli scosce­se all’incomparabile me­raviglia tur­che­­se del lago di Poksmun­do, dalla ma­lia dei mo­nasteri (Shey Gom­pa in particolare) agli incontri con la gen­te. Eccoci di nuovo in India, quel­la orientale questa volta, a Darjeeling per proseguire il nostro viaggio nell’Altro Ti­bet. Il distretto di Darjeeling si tro­va all’interno dello stato indiano del Bengala oc­cidentale. Pren­de il nome dalla sua capitale, la città di Darjeeling appunto, circondata dalla catena dell’Himalaya. Vero e proprio crocevia himalayano, questa cit­tadina è un autentico crogiolo di differenti culture e popoli. Nepalesi, tibetani, indiani e inglesi vi si sono insediati nel corso dei secoli ed ogni gruppo etnico ha portato con sé stili di vita e architetture ancora ben visibili nella città. I numerosi monasteri tibetani presenti in zona rappresentano la migliore introduzione alla successiva tappa del percorso alla ricerca dell’Altro Tibet: il Sikkim. Monarchia buddhista indipendente fino al 1975, in quell’anno il Sikkim è entrato a far parte dell’Unione Indiana sia pure in condizioni di relativa autonomia. Autentico paradiso per quanto riguarda flora e fauna, è anche un piccolo gioiello di cultura e religione tibetana. I suoi numerosi monasteri (Dubdi, Pemayangtse, Tashiding, Rumtek...), quasi tutti piuttosto piccoli e raccolti, sono vere perle di architettura, arte e pittura. Al loro interno si è preservata l’autentica religione del Tibet e nel corso dell’anno quasi tutti ospitano raffinati cicli di danze rituali (cham) che si tengono alla presenza di centinaia, a volte migliaia, di fedeli. Tanto il Sikkim è una piccola perla dell’Altro Tibet tanto il Bhutan ne costituisce il gioiello più imponente. Ultima monarchia buddhista rimasta nell’Himalaya, il Bhutan (“Il Paese del Drago”) regala al viaggiatore una totale immersione nell’universo della civiltà tibeto-himalayana. L’architettura è quasi totalmente tradizionale, come tradizionali sono gli abiti indossati dalle persone. Estremamente variegato sotto il profilo ambientale ed etnico, il Bhutan è senza dubbio una delle mete privilegiate di un viaggio nell’Altro Tibet. Sul suo territorio (46.620 kmq.) le bellezze naturali si intersecano con gli splendori architettonici degli dzong, i caratteristici monasteri fortezza tipici della forma di Buddhismo diffusa nel “Paese del Drago”. Con la loro imponente bellezza, gli dzong di Thimpu (la capitale), Paro, Punaka, Wangdi Phodrang... collegano i tempi arcaici dei grandi imperi tibetani all’epoca moderna, trasmettendo al viaggiatore un brivido di suggestioni spazio-temporali che non dimenticherà facilmente. Allo stesso modo in cui non dimenticherà la “magia che danza” evocata dalle innumerevoli rappresentazioni di cham che si tengono in tutto il corso dell’anno nei cortili dei monasteri. Il nostro itinerario all’interno dell’Altro Tibet si conclude nello stato dell’Arunachal Pradesh (India orientale), più precisamente nel distretto di Tawang che fino al 1914 (anno in cui venne ceduto da Lhasa all’India britannica) costituiva l’ultima propaggine meridionale del Tibet. Abitata principalmente dall’etnia di origine tibetana dei Mon-pa, la regione di Tawang è un ulteriore frammento di Tibet. In particolare, il cuore della civiltà tibetana pulsa nelle vene del Galden Namgey Lhatse, uno dei più grandi monasteri tibetani odierni, edificato nel 1681. Lo si vede da lontano, adagiato sulla cima di una collina, le pareti bianche e le finestre bordate di nero. Attorno ai due grandi edifici principali, decine e decine di costruzioni più piccole e un dedalo di viuzze strette, anguste... la tipica città monastica del Tibet. A qualche chilometro si trova un altro “pezzo” di storia tibetana. Circondato da alberi e da una fitta vegetazione, c’è un piccolo monastero ad un piano dalle pareti in mattoni dipinti di bianco, e con le finestre in legno giallo o celeste sormontate da festoni in seta multicolori e dai tetti in lamiera. È il gompa Ugyenling dove, nel 1683, nacque il più eterodosso di tutti i 14 Dalai Lama: Tsanyang Gyatso, la sesta reincarnazione dei Preziosi Protettori del Tibet, ancora oggi ricordato con affetto dai tibetani. Nella casa del VI Dalai Lama, misti­co anticonformista, poeta, maestro laico, termina que­sta nostra esperienza attraverso territori e regioni del­­l’Altro Tibet. Un’esperienza che ci ha portato al cuo­­re di quella feconda Civiltà tibetana che non appartiene solo alle donne e agli uomini del Paese delle Nevi ma anche a tutti noi.

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