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KKH. Ritorno sulla Karakorum Highway

KKH. Ritorno sulla Karakorum Highway

di Anna Alberghina

La Karakorum Highway, anche conosciuta con la sigla KKH, è la strada asfaltata più alta del mondo che attraversi un confine internazionale. Segue uno dei molti tracciati dell’antica Via della Seta, è lunga 1200 chilometri e collega Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang, con Havelian, nel distretto di Abbottabad in Pakistan. Inaugurata nel 1978, dopo vent'anni di lavori, attraversa quasi di netto la catena montuosa del Karakorum superando, a quota 4693 metri, il passo Khunjerab, transitabile dai primi di maggio a metà ottobre. Durante la sua costruzione, ce lo ricordano le lapidi di cui è disseminata, persero la vita centinaia di operai pakistani e cinesi. Pomposamente chiamata “highway”, è ancora poco più che una statale a doppio senso di marcia. Percorrerla è un’avventura ed è proprio quello che ci si aspetta da una stretta camionabile che si snoda tortuosa ad altezze record. Più che una via di collegamento, in real­tà, la KKH è una vera e propria meta di viaggio. Consente di immergersi in un paesaggio unico al mondo fatto di ghiacciai scintillanti, laghi turchesi e strapiombi rocciosi. Non per niente viene considerata l’ottava meraviglia del mondo. Il primo progetto fu del 1959, quando la Cina di Mao e il neonato Pakistan cercavano una via per migliorare gli scambi commerciali tra Lahore e Pechino. L’unica possibilità fu rendere carrozzabile questa pista facendole rivivere i fasti delle antiche rotte carovaniere. Questa arteria, di grande importanza strategica e militare, mette così in comunicazione due universi opposti. La sua costruzione ha consentito un facile accesso a Gilgit e Skardu, nel Baltistan, i due principali centri per le spedizioni verso le vette del Karakorum. Cinque degli “8000”si trovano infatti in Pakistan. I più famosi sono il K2, la seconda cima al mondo con i suoi 8611 metri, e il Nanga Parbat (8125 m.).

Dopo i fatti dell’11 settembre 2001 il turismo nell’area è drasticamente calato ma già da un paio d’anni si avvertono segni di ripresa ed è così che per i viaggiatori è di nuovo possibile ammirare in tutta serenità i colossi di granito incappucciati di neve. Qui, quando il fiato si fa corto e l’aria frizzante punge la pelle, si è pervasi da un grande senso di libertà e di pace. Durante il percorso non mi abbandona mai la visione romantica delle carovane in cammino lungo la Via della Seta, quell’insieme di rotte commerciali che congiungeva l’Asia Orientale, e in particolare la Cina, al bacino del Mediterraneo attraversando alcune fra le regioni più inospitali dell’Asia. Basta il nome per evocare emozioni straor­dinarie e far viaggiare l’immaginazione. A tratti ne intravedo le tracce scavate nella roccia ed immagino l’incedere dondolante dei cammelli battriani carichi di merci. La Via della Seta condensa, in un’unica espressione, secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture. Oggi, nel Karakorum, non si incontrano più le carovane di cammelli ma i coloratissimi, pittoreschi camion pakistani carichi di sonagli e di vistose decorazioni, vere e proprie opere d’arte in movimento. I camionisti arrivano a spendere sino a 5000 dollari per trasformare i loro mezzi in quadri naïf. I decori hanno una funzione apotropaica ma servono anche per attirare clienti. A Kashgar, nella provincia Nord-Occidentale cinese dello Xinjiang Uygur, il tempo sembra essersi fermato all’epoca della Via della Seta ma non sarà così ancora per molto. Kashgar sorge a 1260 metri di quota, al centro del nulla più assoluto, ai margini di un temibile deserto, il Taklimakan, il cui nome significa “se ci entri non ne uscirai mai”, proprio come nell’inferno dantesco. Circondata dai massicci del Tien Shan a nord, del Pamir a est e dal Karakorum a sud, Kashgar è l’ultima frontiera dell’impero, il “far west” cinese nel vero senso della parola.  Siamo a 4000 chilometri da Pechino.

Ogni domenica, quando la città è ancora immersa nel sonno, il vecchio mercato di Kashgar si anima di Uiguri, Tagiki, Kirghisi e di una moltitudine di cavalli, cammelli e pecore. Al ritmo traballante dei carretti trainati dai muli, nomadi e contadini convergono in questo delirio antropologico, puntuali al loro appuntamento settimanale ai confini del mondo. Non a caso Kashgar significa “punto di incontro tra le genti”. La confusione è totale. Personaggi con lunghe barbe aguzze, cappelli ricamati e stivali neri contrattano animatamente. Sono gli Uiguri, la minoranza etnica di origine turca che popola questa provincia. Non mancano le bancarelle che vendono cibo: dal pane spruzzato con i semi di sesamo agli spaghetti con carne di montone, al girde nan, la tipica focaccia uigura. Così si perpetuano le tradizioni, il folclore e la cultura dello Xinjiang in un disperato tentativo di resistere alla modernizzazione voluta dal governo cinese. Il divario culturale, religioso, architettonico e perfino gastronomico non potrebbe essere maggiore.

A Kashgar, al margine estremo dell'immenso territorio della Repubblica Popolare Cinese, si entra nel cuore della geografia centroasiatica fatto di montagne innevate e deserti di alta quota. Tappa obbligata è il lago Karakul, uno specchio di acqua verde e cristallina a 3700 metri di altitudine in cui si riflette la piramide del Muztagh Ata (7546 m.). Intorno solo dune di sabbia bianca spettinate dal vento gelido del Nord e greggi di pecore di razza karakul, quelle dal cui vello si ottiene la lana nera dei cappotti di Astrakan. Ultima città prima del confine, Tashkurgan è un posto di frontiera con un grande mercato che chiama a raccolta le popolazioni della zona. Qui, racconta Tolomeo, confluivano tre rami della Via della Seta. Il suo nome, “città di pietra”, è legato all’immensa fortificazione di epoca Yuan che sorge al suo limitare ed è qui che sono state girate alcune scene del film Il cacciatore di aquiloni ma a me ricorda piuttosto Il deserto dei Tartari tratto dal romanzo omonimo di Dino Buzzati. Tutto intorno una distesa di verdi cangianti punteggiati di papaveri rossi. Il passo Khunjerab segna il confine con il Pakistan. In pochi chilometri cambia davvero tutto, non soltanto le montagne, che si fanno ancor più spettacolari, ma soprattutto la gente. Qui, nella Valle dell’Hun­za vivono gli Hunzakut o Burusci. La leggenda li vuole discendenti dall’armata di Alessandro Magno, anche se l’evidenza genetica sostiene soltanto una componente balcanica per i Pashtun afghani. Certo è che hanno occhi verdi o azzurri e tratti somatici simili ai nostri. Sono famosi per la loro straordinaria longevità. Sembra che arrivino a 140 anni senza conoscere malattie degenerative grazie alla vita semplice, all’assenza di inquinamento, all’alimentazione ricca di albicocche e alla loro acqua alcalina. In realtà il calcolo di età così avanzate sarebbe da attribuire piuttosto all’assenza di uffici anagrafici! Appartenenti alla corrente musulmana degli Ismaeliti e seguaci dell’Aga Khan, si distinguono radicalmente dai popoli limitrofi. A Karimabad, cittadella sulla Via della Seta, l’ultimo dei Mir feudali ha regnato sino al 1974, poi il vuoto. Qui, in questo remoto Nord, fatto di valli aride, deserti di sabbia e sassi e magre coltivazioni strappate alla natura in una lotta di secoli, è avvenuto un miracolo. La Fondazione Aga Khan ha dato vita nel 1982 al suo audace programma di sviluppo rurale. Shoaib Sultan Khan, indiano di nascita e plurilaureato a Cambridge, ne fu il primo ideatore. Villaggio dopo villaggio sono nate organizzazioni su base familiare che collaborano e investono per promuovere l’agricoltura e sono sorte scuole là dove il governo centrale non era mai arrivato. Con la costruzione della Karakorum Highway insieme al progresso sono giunti anche burocrati, turisti e trafficanti. Possiamo solo augurarci che questi popoli sappiano resistere all’urto della modernità senza che si frantumi la loro millenaria cultura.

Anna Alberghina ha effettuato il viaggio lungo la Karakorum Highway dalla Cina al Pakistan nel luglio 2017.

 

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