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Lettera aperta Oltre trent’anni di viaggi d’autore

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Dal giorno in cui per la prima volta ho osservato un tucano attraversare il cielo - alto sulle acque dell’Orinoco, nel cuore dell’Amazzonia venezuelana - sono trascorsi quarant’anni.

Quarant’anni, una parte importante nella vita di un uomo. Non è facile riannodare oggi i fili che idealmente hanno composto la trama dei miei viaggi, che si sono intrecciati definendo il percorso della mia vita e della mia attività.

Allora viaggiavo per soddisfare la curiosità, il desiderio di avventura, per scoprire gli aspetti meno noti del mondo, con una passione autentica, che a poco a poco si è trasformata in impegno professionale. Ritornare oggi, in tempi di tecnologia esasperata e di spinta alla mondializzazione, ai miei luoghi del passato, le Isole Galápagos, scheggia di preistoria nell’oceano, il Sahara con le ultime carovane, i vicoli di un villaggio berbero arroccato sulle montagne dell’Atlante, i monasteri tibetani e le valli himalayane, non è un semplice approccio nostalgico, un esercizio di memoria: è una riconferma, un invito alla poesia del viaggio, un recupero importante del passato.

Sempre di più le emozioni del viaggio, che per definizione dovrebbero prescindere dalla sua organizzazione tecnica, rischiano di essere imbrigliate, incanalate, “confezionate” come un qualsiasi altro bene di consumo: il viaggio deve ormai corrispondere ad una determinata meccanicità in cui tasselli rigorosi vanno a costituire un mosaico perfetto, nulla dovrebbe essere lasciato al caso, all’imprevisto. Ma se da un lato è a criteri di qualità che i nostri viaggi tendono, dall’altro non dimentichiamo mai di porre al centro della nostra ricerca l’uomo. E la sua anima.

Quanto, all’interno di questo “ordine”, possa rimanere del fascino della scoperta, dipende dalla disponibilità del viaggiatore a lasciare aperta una finestra alle emozioni ed alla sua capacità di stupirsi. Continuo a pensare che il viaggio rappresenti un’immensa e sorprendente possibilità di conoscenza, sia un esercizio di tolleranza che mette al centro il viaggiatore, la sua curiosità, la sua intelligenza.

Se c’è ancora un raggio di sole nella foresta che fa brillare una rovina nascosta da millenni, se ancora qualche uomo accenderà il fuoco roteando un bastoncino, si orienta nel deserto con le stelle e le tracce lasciate dal vento sulla sabbia, se caccia ancora con arco e frecce – oggi, in un’era iper tecnologica – se tutto questo possiamo ancora vedere, è l’ultima testimonianza di una realtà destinata a scomparire e che la nostra generazione può ancora cogliere.

In futuro queste emozioni saranno solo registrazioni su DVD, o impresse su qualche altra sofisticata memoria artificiale. Allora si dirà: un tempo c’erano gli Aborigeni, gli Yanohami, le Azalaï nel deserto, gli Inuit nell’Artico. Tante conquiste dell’uomo - elementari ma fondamentali, quelle che hanno costituito i gradini della crescita tecnologica e dell’organizzazione sociale – andranno irrimediabilmente perdute. Mentre uno shuttle porterà una nuova stazione orbitante nello spazio.

 

Willy Fassio

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